Tre anni dopo

(di Roberto Alberti)
A tre anni di distanza da quel marzo del 2016 torno a scrivere su questo blog, che forse qualcuno aveva seguito durante la vicenda dei tigli di via Sant’Ambrogio a Palazzolo Milanese di Paderno Dugnano.
A primavera venne bocciata in consiglio comunale la mozione delle opposizioni che chiedeva di risparmiare decine di alberi. L’abbattimento cominciò ad agosto di quell’anno. Si metteva fine così ad una questione che perdurava ormai da anni tra l’amministrazione comunale da una parte e dall’altra alcuni anziani residenti, insofferenti di quella presenza ingombrante. D’accordo con gli anziani erano anche i commercianti del quartiere, contrari al senso unico di marcia, soluzione obbligata per far spazio ai pedoni e risparmiare gli alberi.

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Mi chiedo cosa rimane oggi, nella memoria delle persone, delle iniziative che avevano accompagnato quella vicenda e del messaggio del Comitato nato per iniziativa di alcuni residenti storici della via, i quali proponevano una riqualificazione diversa e non solo la difesa degli alberi che considerava un bene comune.

Degli alberi non rimane nulla se non quattro cespugli simbolici piantati perché l’amministrazione possa affermare che “sono stati ripiantati”.

Certo non ne avranno alcuna memoria gli attuali residenti delle palazzine costruite in quel periodo. Nella parte di strada “riqualificata” per delega dalle imprese costruttrici gli alberi sono scomparsi dietro la cinta del cantiere senza lasciar traccia e senza che la cronaca se ne occupasse. La strada ha un altro aspetto ora. L’ultima parte dello storico giardino è quasi scomparsa e i suoi ultimi alberi stanno morendo.

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E la questione sicurezza rimane aperta, con una strada rimasta a doppio senso e due marciapiedi laterali di circa un metro per i soli pedoni, con le auto che sfrecciano senza ostacolo o motivo di rallentamento, se si escludono i veicoli fermi in sosta. A poco è servito segnalare che un marciapiede così in alcuni tratti è proprio al limite e non c’è spazio per un adulto con un bambino per mano che magari si trascina dietro la cartella della scuola.


IMG_20190312_181559Tutto sbagliato dunque?

No. Sono tornati a dare le multe per sosta vietata e così uscendo con l’auto dai passi carrabili adesso non si rischia più di catapultare motociclisti poiché la visibilità ora è buona. Qualche tratto di marciapiede è stato anche ampliato ed è un peccato che qualcuno (a turno, sempre diverso) non abbia ancora capito niente….


Chi avesse voluto approfondire la questione si sarebbe accorto che non si trattava di una semplice contrapposizione tra ambientalisti e amministrazione comunale , tra chi si opponeva all’abbattimento e chi voleva tutelare “le utenze deboli”. C’era già di che riflettere osservando iniziative e fatti senza tanti precedenti: gente sconosciuta alla politica locale,tradizionalmente schiva e riservata, residenti storici coi cognomi delle vecchie famiglie del paese, improvvisamente faceva cose che non aveva mai fatto prima: usciva di casa, fondava un comitato e si metteva a raccogliere firme in piazza, invitava autorità e concittadini in una assemblea pubblica per illustrare alternative a quella soluzione.
Iniziative nate per avviare un confronto ma completamente ignorate dall’amministrazione se si esclude un incontro richiesto personalmente dal sottoscritto e avvenuto a porte chiuse con l’assessore alle infrastrutture, concesso per salvare almeno le apparenze, incontro che si svolse a luglio di quell’anno, a ridosso delle ferie estive. Incontro inconcludente, niente sarebbe stato rivisto. Fu utile successivamente solo al sindaco, per poter affermare in pubblico che i cittadini del comitato erano stati ricevuti e ascoltati.

Il mio confronto col primo cittadino si era schiantato subito la sera del 7 marzo, a margine della riunione della commissione territorio, in un incontro casuale, in fondo alla scala del palazzo. Era uscito già abbastanza arrabbiato per aver sopportato in aula il discorso del consigliere che era tornato ancora una volta su una questione per lui già discussa e risolta. Mi inserii nello scambio di opinioni già cominciato da un amico e ne seguì subito un botta e risposta, lui con la postura del personaggio che parla dall’alto della sua autorità e dei suoi due metri di statura, io che lo guardavo dal basso, incredulo per le parole che stavo ascoltando. Se la prendeva col “consiglierello”, con la “solita politica” (chissà da dove veniva lui e dove è approdato adesso), i cittadini erano “già stati consultati”. Infastidito da questo piccolo disturbatore si allontanò quasi subito, con le mani in tasca mentre continuava a parlare, con l’effetto teatrale di chi vuol troncare il discorso. Quella sera ero io lo strumentalizzato, vittima della propaganda della “solita politica” praticata dalle “solite facce”. Una settimana dopo, in consiglio comunale, sarebbe stata la lista civica di opposizione ad essere rimproverata di seguire i capricci del “comitato dell’ultimo momento”.
Certo, è sempre questione di numeri: se si raccolgono 350 firme si può essere scaricati in fondo alle scale senza tante cerimonie. Se le firme sono 3000, come per la questione del Parco di via Gorizia-via Dalla Chiesa, allora i toni cambiano e durante le riunioni della commissione territorio si possono ascoltare dichiarazioni concilianti e rassicuranti, volte a ribadire il rispetto verso tutte le opinioni e sensibilità. E le “solite facce” di “quelli che si oppongono sempre a tutto” diventano i “volti noti”, quasi amici, tollerate come normali presenze tra gli uditori senza diritto di parola. Si può pure tollerare che interrompano un po’ ma, suvvia, non troppo….

piazzaPerché cittadini sconosciuti, quasi timidi, persone appartenenti alla massa silenziosa e fiduciosa che in genere accetta le decisioni prese dalle amministrazioni di qualsiasi colore, persone sempre ragionevoli, sempre inclini a cercare le ragioni nelle cose, si trovano ora così in disaccordo e si espongono di persona?
Forse perché faticano a trovare le ragioni dell’interesse generale dietro a certe scelte e vedono solo azioni volte a contenere i problemi contingenti, le seccature, assecondando le richieste puntuali dei cittadini più insofferenti o appartenenti a categorie che è opportuno tenersi buone quando si avvicinano le scadenze elettorali.
Se sullo sfondo di questa vicenda degli alberi spuntano due cantieri enormi che realizzano palazzine con dozzine di appartamenti, progetti utili solo agli interessi della immobiliari, che nel quartiere vanno ad aumentare le criticità legate a nuove presenze dove ve ne sono già abbastanza, allora le ragioni dell’interesse generale scompaiono completamente e il “buon senso” che dovrebbe esistere dietro ad una programmazione urbanistica sembra davvero smarrito.

Ricordo con quale frustrazione ascoltavo in silenzio gli argomenti dibattuti quella sera in consiglio comunale, pro e contro l’abbattimento. Entrambi i fronti avevano citato il Comitato, peccato che nessuno tranne la lista civica d’opposizione, avesse cercato di aprire un canale coi referenti. Ne sarebbero uscite motivazioni più robuste a sostegno della salvaguardia dell’esistente e della miglior fruizione della strada da parte di tutti. Invece la discussione si avvitò sugli aspetti estetici e su altri temi. Francamente allora non pensavo tanto all’aspetto estetico ma se passate ora vedrete cosa decentemente coprivano quegli alberi.

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Non sono questioni di estetica che muovono cittadini anonimi esasperati, impegnati quotidianamente ad affrontare la vita. Ci sono problemi concreti, come uscire di casa e guadagnare lo spazio tra le auto parcheggiate senza criterio, dentro le aree private e fuori sulla strada. Per alcuni, i pochi che ne avrebbero diritto, il problema è arrivare con l’auto sul parcheggio della scuola e quasi quotidianamente dover protestare con altri, sempre diversi, per aver occupato il posto riservato ai disabili. Forse porterebbero i figli a scuola a piedi o andrebbero al lavoro in bicicletta se i percorsi protetti fossero meno risicati e il rischio investimento così alto.

IMG_20190313_130645Provate ora, durante la stagione calda, a percorrere via Sant’Ambrogio a piedi, in orario di rientro da scuola sotto il solleone, a ridosso del cemento delle mura di cinta e sull’asfalto. Per fortuna ci salva qualche albero dei giardini privati che proietta qualche ombra sulla strada. Gli alberi andavano incrementati, non abbattuti, anche per una ragione pratica.
Di certo il comportamento di alcuni cittadini non è responsabilità delle amministrazioni ma anche nelle strutture sottoposte a “riqualificazione” dovrebbe riflettersi l’idea che la città sia modellata per dare e garantire il giusto spazio a tutti, con norme più restrittive per chi usa le auto nei centri abitati.

Le scelte compiute dalla amministrazioni cittadine che guardano al futuro vanno in quella direzione.

Non ci sono questioni personali da discutere in privato col sindaco o l’assessore di turno, non si chiedono scorciatoie, esenzioni, deroghe. Si chiede di confrontarsi sui progetti perché dietro a quelli ci sono le idee di equità e giustizia che sembrano tanto care a tutti. Come ho detto in pubblico quando ho avuto occasione di parlare (il 10 di marzo durante l’assemblea promossa dal comitato), nessuno di noi si sarebbe incatenato agli alberi e nessuno pretendeva di possedere la soluzione imponendo la nostra volontà. Volevamo un confronto sulla base di qualche idea di progetto e segnalare problemi che vivono anche altri cittadini e non solo quelli insofferenti per la presenza degli alberi, o con i commercianti contrari al senso unico. Certo, per sindaco e assessori è facile incontrare solo questi ultimi o solo i propri sostenitori magari al bar della piazza e con i quali è tutto uno stringersi mani, sorrisi e pacche sulle spalle.
“Quale è la soluzione equa e giusta ?”, così esprimeva il dilemma il sindaco durante quel consiglio comunale del 15 marzo 2016. Forse era quella che avrebbe lasciato molti insoddisfatti ma a tutti avrebbe garantito un vantaggio. Una piccola rinuncia in cambio di un ambiente migliore in cui vivere. Ad esempio accettare il senso unico di marcia sulla strada fuori casa in cambio di uno spazio laterale più ampio, dove poter uscire in sicurezza e fare jogging o muoversi con la bicicletta, uscire con la famiglia, il passeggino, la carrozzina, fermarsi a fare quattro chiacchiere tra anziani, accompagnare in sicurezza a piedi i figli a scuola. Qui sarebbe stato possibile all’ombra di un filare di alberi che riparano dal sole di giorno, in un percorso viabilistico rivisto che diventa un nuovo ambiente urbano, recuperato. A maggio e giugno un profumo di mughetto che invade l’aria e uno spettacolo di fiori. Immaginate come sarebbe stato la sera: l’illuminazione pubblica sotto le fronde, ideale per passeggiate al fresco, panchine sotto gli alberi, fiori nelle aiuole realizzate al posto dei vecchi marciapiedi rimossi per dare spazio alle radici degli alberi, non più costrette a cercare acqua sconfinando nel terreno dei giardini dei residenti dunque senza più minacciare la “sicurezza delle mura di cinta delle abitazioni private” (!!! “La Calderina”, giugno 2016) . L’autobus e le auto che passano al centro della strada alla velocità massima di 30 chilometri orari. Nessuna pretesa di chiudere al traffico o di pedonalizzare l’intera area, anche il commercio locale ne avrebbe giovato.

(di seguito vedete una delle ultime foto scattate prima dell’abbattimento)

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Se un Piano di Governo del Territorio autorizza la costruzione di palazzine in un area urbana già satura, è semplicemente sbagliato. E i danni che provoca sono permanenti. Chi autorizza costruzioni senza valutare gli impatti sull’ambiente non fa un buon servizio alla collettività, ai cittadini di oggi intendendo quelli che già vivono a Paderno, non ai potenziali cittadini di domani, perlopiù indifferenti. Qui o in altre zone di Paderno, edifici residenziali multifamiliari realizzati in un parco sottraggono per sempre uno spazio alla collettività. E dispiace consegnare ai nostri figli un’eredità così. Per me il “quartiere” è ancora il vecchio paese e i luoghi che ancora richiamano memorie, quelle dei nostri vecchi con la loro lingua, il dialetto, che si estinguerà con noi.

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Perché tornare a parlarne tre anni dopo? Perché non è giusto dimenticare.
C’è anche una componente affettiva in chi abita da sempre un territorio che non può essere ignorata dalla politica. Ad esempio, vendere ai privati un edificio come la vecchia sede del consiglio di quartiere che fu la scuola dei propri genitori è come vendere un pezzo di storia, certo una piccola storia, ma per alcuni non meno importante. Come può non esistere un attaccamento affettivo al proprio piccolo angolo di mondo? Il legame affettivo col territorio, una componente che ha a che fare con le proprie origini ,il passato, i ricordi delle persone che hanno vissuto qui, la nostra identità, non è quello da tutti evocato in più occasioni ? Non è ciò che rende tale una comunità?

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Grazie per avere letto fino qui, non mi importa quanti siate, mi piace pensare che esiste ancora qualcuno che dedica del tempo e ha ancora pazienza di leggere per cercare di capire, seguendo il filo di una riflessione, un ragionamento, scritto senza la pretesa di convertire nessuno.
Oggigiorno è sempre meno di moda.

Tre anni dopoultima modifica: 2019-03-17T00:06:01+01:00da roberto.alberti
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